Occhi da Orientale

26 – 05 – 2010

I visi si sono fatti a poco a poco sempre piu’ cinesi. I tratti ed i lineamenti profumano di oriente.
L’Asia dalle sue rughe profonde.

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I bazar sono un fermento continuo: di uomini, di carri che sfilano veloci tra l’incertezza dei passaggi angusti, traini di asini fustigati atrocemente, di spezie, di merci colorati, di teloni sudici bistrattati e sbatacchiati dal vento.

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A Samarkanda come a Tashkent (dove siamo ‘volati’ per fare i visti) siamo venuti a contatto con altri europei. Piu’ che altro svizzeri, tedeschi e francesi.
Abbiamo raccolto le loro storie, abbiamo ascoltato le loro voci di racconti. Parabole di strade incrociate con la nostra. Pochi giorni oppure ore di differenze ci hanno diviso per poi riunirci nel ‘tappo uzbeko’.

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Siamo arrivati a Samarkand accolti ed assaltati da cattive future notizie. Ripartiamo con il tasca ‘il biglietto per la Pamir Highway’ (Tagikistan) ed un visto cinese di due mesi, buono per tentare di annaspare nell’aria rarefatta, a corto di ossigeno tra strade polverose  e guardie cinesi.

Si vedra! che sara’, sara’!

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Gli strangers in Uzbekistan ci hanno colto di sorpresa: non ce li aspettavamo cosi’ tanti, non ci aspettavamo cosi’ tante bici.
Cosi’ all’ inizio son partite le nostre critiche, poi, mano a mano sfumate in sorrisi  ed amicizia.
Amicizie sorte rapide e  solidali come quella con Nic and Jon: una coppia di inglesi 50enni. Semplicemente geniali. Una determinazione incrollabile di 17.000km in 10 mesi. Assolutamente modesti, dall’humor decisamente britannico.

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Poi ci sono i francesi (Nico e Romain) che hanno perso 10 kg in pochi mesi e fregato i cinesi prendendo il treno Bejing – Lhasa senza permesso e pedalato la Friendship Hyw! Fortissimi! Hanno finalmente portato buone nuove ‘al Bahodir’.

A proposito.. ‘il Bahodir’ una sorta di ostello scalcinato dove nei letti senti soprattutto le molle. Un rifugio per viaggiatori squattrinati.
Una famiglia gentile lo gestisce (‘please dinner.. please cay’ senti spesso dire…).

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Ci sono viaggiatori di tutti i tipi. Chi va a zonzo con lo zaino tra le spalle, chi un poco pedala ed un poco si siede sulle rotaie, chi ha delle bici supersoniche ed invia messaggi a casa ogni giorno con le coordinate, chi viaggia con mezzi vari ed eventuali, sempre di fortuna (piedi, bici, treno, cavallo: ogni volta con un mezzo diverso).

Tutti concordano di non aver mai visto ‘italiani in gita’, in bici, ovviamente!!

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Invece quel matto ferrarese che risponde al nome di Obes Grandini e’ partito, poco fa, da Citta’ del Capo, per tornare a casa attraverso la Grande Mamma Africa.
Buon Viaggio Obes!
Forza Obes che il vento giusto scorra tra i tuoi pedali!

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KHODA HAFEZ IRAN! Now we are in Samarkand…

We want to greet all the iranian friends that in our trip were helping us and sharing their time with us, in particular:

THE FAMILY IN MAKU

SEZA AND HIS FRIENDS OF RED CRESCENT (EVOGHLI)

MISTER MOSTAFA, HIS MOM AND FRIEND (TABRIZ)

SAMAK AND ATABAK (TABRIZ)

AYUB AND FAMILY AND FRIENDS (ZANJAN)

MEHDI AND HIS FAMILY (ABHAR)

HADI, SHIMA, MOHAMMAD, FARSHAD, MOHSEN AND ALL THEIR FAMILIES (QAZVIN)

AMIR AND HIS FAMILY (MARVDARSHT)

THE FAMILY IN KARAJ

GHOLAM AND AMIR OF EMS (SHUHROOD)

THE FAMILY OF SABSEVAR

MOHAMMAD, AMID OF RED CRESCENT (NEYSHABUR)

FARHAD AND FRIENDS OF EMS (NEYSHABUR)

MOHAMMAD AND FAMILY (MASHHAD)

MAHDI AND FAMILY (MASHHAD)

MOHAMMAD AND FAMILY (RAZAVYEH)

THE FRIENDS OF RED CRESCENT (SARAKHS)

Was really great time!!! Thanks a lot! Best wishes to all of you!!

Thanks also to all people that on the road gave us delicious food and cay. We will remember!!!

KHODA HAFEZ IRAN! NOW WE ARE IN SAMARKAND

Siamo a Samarcanda!

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Ripartiti da Bukara dopo quasi trecento km siamo atterrati nella citta’ di Tamerlano.

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Ci siamo riempiti gli occhi delle cupole turchesi delle due citta’ e ci siamo inchinati di fronte ad un corruciato e imponente Tamerlano.

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I tre giorni di spostamento sono filati meno tranquillamente dell’immaginato complice un sole terrificante, un asfalto di groviera e una stanchezza non del tutto comune.

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Marcella ha avuto un indigestione di uova e si e’ trascinata sopra la bici per un giorno intero tra nausea e crampi allo stomaco ma e’ tuttora viva.

Tutti in Uzbekistan chiamano Bernardo, Bernarda. Come spiegargli che non e’ un nome ma un organo femminile. La Bernarda!! Risate…

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La strada si snoda in una campagna verde e alberata popolata da continue fattorie.

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Dai portoni si vedono immensi cortili interni coltivati a cotone, patate e pomodori. Pozzi d’acqua, forni per il pane e mucche fanno il resto. Inevitabile cagare nel bagno del contadino!

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Alle motorette iraniane si sono sostituite biciclette e asini cavalcati da bambini davvero esperti. Tanti bambini ci accompagnano orgogliosi per piccoli tratti di strada con la bici piu grande di loro.

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Sempre ospiti di generose e numerose famiglie di campagna.

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Siamo arrivati a Samarcanda canticchiando Vecchioni. Inevitabileeeeee!!!!

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TransOxiana Express

3 maggio  – 15 maggio 2010, Mashhad (Iran) – (Turkmenistan) – Bukhara (Uzbekistan), km 850 polvere piu’, polvere meno

Dunque, la TransOxiana e’ il lungo e desertico territorio che si estende ad est del Mar Caspio e si incunea tra i fiumi Amu-Darya (l’antico Oxus) e Syr-Darya.

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Un luogo per larghi tratti inospitale, un luogo decisamente caldo!
Finita la lezioncina pedante per spiegare il titolo. Un titolo dovuto alla fretta ed agli sbuffi dei pedaltori perche’, il governo Turkmeno (come da programma) ci ha concesso la miseria di 5 giorni per poter attraversare il suo territorio, 500 km di deserto.
Lasciata Mashhad e comprati dei pantaloni nuovi per i’ Berna che li aveva lacerati tutti con l’incedere strusciante del suo culo, ci siamo diretti a Saraks, al confine turkmeno.
Un confine messo dietro l’angolo che, solo per le urla di qualche camionista, non abbiamo saltato.

Khoda Hafez Iran, Ciao Iran ed ancora grazie per quanto ci hai coccolato!

In frontiera, in Turkmenistan, capiamo subito che l’aria e’ mutata: un’atmosfera da complotto internazionale.
Ci fanno smontare le bici, fanno radiografie a ogni oggetto che possediamo.
Polizziotti dai denti d’oro si aprono in sorrisi terrificanti.

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Una volta entrati nel paese e superati i posti di blocco siamo pervasi dall’euforia della liberta’.
Si pedala cotti dal sole per una stradina tutta buche, aggrappata ad un deserto ribollente.
Si pedala con la fretta nei piedi e l’ansia in bocca, la paura di non riuscire ad arrivare in tempo.
Ad un posto di blocco un polizziotto ci offre il pranzo.

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Si barcolla tra i 40 gradi. Volevamo solo chiedere dell’acqua, entriamo nell’aia di una fattoria,ma non riusciamo a dire niente, Bayram, sguardo risoluto e mano decisa, ci rapisce nella sua casa, per sfamarci ed ospitarci nella notte.
Chiacchiere e tappeti, una doccia esagerata.
Marcella: ” Boh!! siamo sicuri che non sia un albergo?”

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Attraversiamo Mari tra bambini che si tuffano nelle fontane, paraboliche ovunque, statue di Nyazov ed edifici nuovi e giganteschi.

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Davvero il Turkmenistan appare come un paese improbabile….
Non esistono supermercati solo “negozi con le forbici in vetrina”.
Vialoni immensi pieni zeppi di bandierine, immagini di Nyazov (l’ex-presidente) ovunque.
La notte e’ fatta di tempesta e zanzare.

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Adesso inizia il deserto. Distese di dune sabbiose, insetti enormi e dromedari. Una sete pazzesca. Paesini spersi nel nulla.
Abbiamo cambiato pochi manat (soldi turkmeni) al confine, cosi’ ora siamo costretti a fare i pezzenti in Turkmenistan.

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Dormiamo dentro il garage di un benzianaio, il giorno dopo sara’ Hamed e la sua Yurta a salvarci con del miele e del pane regalati. Grazie Hamed!

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Un deserto da paranoia. A fine giornata nausea e traveggole. La bici sta in equilibrio da sola, altrimenti stranazzeremo a terra.

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Il confine non arriva mai, anzi sembra allontanarsi sempre di piu’. Ancora deserto. Non esistono le indicazioni stradali, cosi’ devi arrangiarti a chiedere a tutti, mescolando i linguaggi e aggiungendoci strampalati e disperati versi delle mani. Con la paura folle che ti mandino dalla parte sbagliata. Saremmo fottuti!

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Al confine con l’Uzbekistan arriviamo distrutti, minati nel fisico, con una fame da sbranarci i poliziotti (belli in carne) del confine, ma soprattutto con una sete, da scolarci quante piu’ coca-cola possibili. Si, avete capito bene!! cazzo!! coca-cola (Oh!! in viaggio si cambia!!) eheheheh….

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Ad Alat, paesino dopo il confine fa quasi buio che ancora non ci siamo decisi ad accampare.
Una stradina sterrata ci porta da Akhmet e la sua famiglia. Neanche nominare la tenda, ci portano in casa loro, offrono cay a ripetizione e dei ravioloni preparati sul momento, ripieni di verza.

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Una casa di campagna piena di tappeti e con il bagno fuori (un bagno molto ruspante). Una casa semplice, senza arredamento.
Hanno tutti i denti d’oro e le donne sono belle rotondotte. In Turkmenistan, invece, erano tutte pelle ed ossa.
Sono tranquilli e rilassati, vivono dei loro animali e dei frutti della terra.

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Il giorno dopo durante la pausa ombra e’ la volta di un’altra famiglia uzbeka che ci porta sotto il suo enorme gelso per il pranzo.
D’improvviso ci accorgiamo che siamo sulla via della seta: im una stanza umidissima allevano bachi da seta giganteschi che mangiano le foglie di gelso. Ci mostrano i bozzoli di seta. Emozione!

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Dopo pochi chilometri caldissimi avvistiamo le cupole blu di Bukhara la bella. Delle cupole smaltate di blu e turchese.
Il centro arriva subito, insieme al minareto Kalon, da farti venire il torcicollo, da quanto e’ alto.

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Ci fermiamo con le bici sotto la sua ombra a goderci l’emozione del momento, a goderci il riflesso delle cupole immerse nel sole scintillante.
Bukhara la bella…

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