Arrivati, piu’ o meno, in corrispondenza del km 11000 della nostra cavalcata asiatica, nel deserto piu’ torrido, una signora in motoretta affianca le nostre bici gridando: “English, English!”…
Con il fiatone pesante e la maglietta del Milan appare un omino in bicicletta sportiva: “Oh, Oh.. sono David! venite nella mia fattoria…” afferma arruffato e tutto emozionato.
Noi, figuratevi, stanchi, sporchi e lerci, con i polsini della camicia luridissimi sognavamo da giorni una doccia ed un letto. Ci siamo fatti, subito, il film di un posto meraviglioso con un patio ombroso e pranzi luculliani e, magari, via diciamocelo, anche una bella amaca ci sarebbe stata bene!
Ecco, abbiamo accettato l’invito all’istante (dannatamente ignari!).
Una volta arrivati sul posto (una bella deviazione di 10 km) i nostri occhi sono stati colti da un panorama desolante, polveroso e dal lieve retrogusto a fogna. Subito ci ha pervaso una strana sensazione (ed anche strani nauseabondi odori!).
Comunque la doccia ci ha convinti a restare.
Purtroppo la polizia alle calcagne (non capiva che ci facevamo in quel posto ed e’ venuta ben tre volte a controllarci!) e due notti di diarrea fulminante e febbre di Bernardo ci hanno ridotto in frantumi, come un bicchiere di cristallo che casca per terra.
Appena Bernardo e’ riuscito a reggersi in piedi siamo fuggiti dal pazzo di David, dalla sua “fattoria”. Ci sono tornati alla mente i fantasmi cretesi di Psillakis.
Arrivati, in qualche modo, malconci, a Kuqa, avevamo le tasche piene del deserto e delle sue sorprese.
Abbiamo preso la decisione di prendere un treno e saltare i restanti 2000 km di caldo torrido, polvere, sassi e zanzare. BASTA!
Un treno lentissimo che ci ha permesso di ammirare i panorami alpini del Tian Shan e di annusare il puzzo dei cibi di plastica cinesi. Eravamo gli unici stranieri tra gli sguardi allibiti dei locals…
Ora siamo a Zhangye. Lo Xinjang e’ finito e con esso sono scomparsi gli uiguri ed il loro cibo straordinario. Qui siamo in Gansu, si vedono solo cinesi.. pare d’essere a Prato, effettivamente…
Da qui ripartiremo alla volta del cittadone di Xining, alla base dell’altopiano ex-provincia tibetana.
Siamo ripartiti da Kashgar per il deserto del Taklimakan. Kashgar e’ un guazzabuglio di culture.
E’ Cina, ma non del tutto: ci sono i cappelli uzbeki, il maledetto cibo centro asiatico, con deliziose influenze cinesi. A volte abbiamo la sensazione di essere tornati in Iran.
Ovunque e’ scritto in cinese-arabo. La lingua uigura e’ un frullato di turco, farsi, russo e cinese. Ancora ce la caviamo dunque. Un bel miscuglio dalla Turchia fin qua.
Ripartiamo tristi di lasciare gli amici ciclisti, la citta’ e l’accogliente ostello.
Il Taklimakan e’ il Taklimakan, una paranoia di deserto.
Vento, caldo e polvere. Bufere di sabbia. A volte si dorme con la tenda picchettata sopra ad un forno!
Poi ci sono stormi di zanzare appena scendi dalla bici e pensi alla cena. Ti assalgono la faccia, trafiggono vestiti e pelle e ti sale un nervoso.
Litigi e incazzi.. forse dopo la Turchia la parte piu’ dura del viaggio. Siamo stanchi e fa troppo caldo.
Poi ieri sera, finalmente si riesce a mangiare in pace ed anche a dormire. mah! speriamo nello zampirone miracoloso.
E’ da un qualche mese che andiamo raccogliendo informazioni sulla strada per Lhasa. Non buone fin ora, pessime a Kashgar. Dal 2008 l’ingresso di ciclisti, prima tollerato ora e’ proibito a meno che non sei intruppato in un tour organizzato al seguito di una guida. Ai check-point ti rispediscono indietro.
Poi ad Obi-garm, in Tajikistan incontriamo Hannibal, giovane americano, studente di cinese e russo, che ha vissuto in Cina due anni. La sera ci mostra sulla mappa ‘una via tibetana’ alternativa che lui definisce: “Amazing”; ne e’ entusiasta. E’ dall’inizio del viaggio che ormai prendiamo quello che la strada ci da.
Ora siamo sulla via: 2500 km di deserto obbligatorio, poi da Xining, finalmente, su per l’altipiano (ex-provincia tibetana), di nuovo verso le nuvole.
Se la fortuna ci assiste o chi per lei, prima di Yushu, si svolta a sinistra e poi Tibet (non-in-Tibet) fino a Chengdu, meta finale.
In bici verso il Tibet…
1-luglio-2010
Khorog (Tajikistan) – Kashgar (Cina), circa 1800 km
(Km totali, Modena-Kashgar: 10350 km)
Superate le insidie fluviali e gli smottamenti di Khorog ci rimettiamo in marcia con la paura, prima esile, poi sempre piu’ pressante della guerra civile Kyrgysa e dell’incubo chiusura frontiere.
L’unica sbocco possibile (via terra) per entrare in Cina dall’Asia Centrale e’ il Kyrgyistan (Passo Irkhestam).
La strada si impenna piano piano. I km faticano a scorrere sotto le nostre ruote. Wer, un villaggetto sonnolento si smarrisce nel pomeriggio. Un dottore di campagna tajiko ci trova una sistemazione per la notte: ospiti a casa di gente del Pamir. Ci offrono kefir, latte, pane ed altri derivati del latte. Cibo povero. Appena entriamo accendono la televisione! Musica indiana e show incredibile di alcuni ragazzini indiani. Ovvio! ci viene la voglia di viaggiare in India. Deve essere un posto strepitoso.
Incontriamo Dirk, tedescone testone, sta tornando indietro.. purtroppo, non ha il visto cinese e non crede nella possibilita’ di poter entrare in Kyrgyzistan con una guerra civile in atto! Ci dispiace per lui! Cominciamo a preoccuparci per noi!
Poco a poco la strada si fa spazio tra le montagne diventando un deserto d’altura. Strade sterrate si impennano sotto i nostri pedali, atterriamo sopra un passo a 4200 metri (Kyzyl-Art Prevali). Si fa fatica a respirare normalmente dopo una salita.
Vento e freddo! La strada che scende tra buche e dossi e’ insidiosa, tan’e’ che Bernardo inciampa tra i sassi e ritonfa per terra!
Con le mani sporche di sangue, ma la bici illesa (stavolta) procediamo a stento in mezzo al polverone sollevato dai molti camion cinesi (Kamaz) che provengono dal Passo Quolma.
Dopo il Passo, visioni grandiose delle vette innevate della catena del Pamir insieme al blu cobalto del Lago salato (Tuz kol) e del Lago Puzzolente.
Poco dopo la piana di Alichur, dove troviamo un posto caldo dove poterci rifocillare.
Prime yurte attraverso i pascoli estivi del Pamir. Corriamo letteralmente i 100 km che ci separano a Murgab, con nell’animo instillata l’ansia e la paranoia che la frontiera kyrgysa sia chiusa irrimediabilmente.
“Molti turisti stanno tornando indietro!” ci annuncia il gestore della gestniza.
Noi proseguiamo imperterriti, morsi dalla tarantola di notti insonni a pensare ai possibili inciampi e conseguenze di un futuro quanto mai incerto.
Va bene l’avventura, ma questo e’ troppo! Gia’ appare difficile pedalare e soprattutto l’incedere asmatico sopra i 4000 metri, in piu’ se ci si mettono pure le contingenze internazionali.
A Murgab speriamo di incontrare qualche ciclista con cui allearci. Siamo fortunati le nostre preghiere saranno esaudite. Troviamo i due fratelli belgi, anche loro nel panico. Arnau e Gregoire di Bruxellas.
Sara’ un alleanza che ci portera’ lontano!
Piantiamo la tenda nel deserto ventoso subito fuori Murgab. Spesa al vivace e caratteristico bazar fatto di container.
Davvero il cibo in Asia Centrale e’ una tragedia. Solo patate e cipolle e riso e se ti va bene qualche pomodoro.
Vento e rughe nei volti, ci alziamo lentamente sopra i 4000 metri. Il sole brucia il volto e le labbra, gli occhi lacrimano per il riflesso.
Quando sormontiamo la gobba decorosa del Passo del Cavallo Bianco (Ak-Baital Prevali) a quota 4655 mt, iniziano le nevi perenni ed uno spettacolo entusiasmante.
La strada peggiora vistosamente ripiegandosi in un tolondule’ (una sorta di pista polverosa fatta di gobbe insopportabili).
Una famiglia molto povera ospita il nostro pranzo. Arnau si sente a disagio.
Piu’ in basso lo spettacolo clamoroso del gigantesco lago d’altura, il Kara Kol, un bacino creato da un meteorite.
Rumore di Yak, un grugnito sommesso unito ad un incedere sempre faticoso.
Ne rimaniamo ompletamente stregati!
Le sponde del lago cambiano colore a seconda della prospettiva. Una gip-caravan ospita Wolfgang e sua moglia, coppia di tedeschi mitici.
Accampiamo in riva al lago, circondati da monti enormi addobbati dalla neve.
Il vento si alza in tarda mattinata e non smette di soffiare forte e gelido per tutta la giornata sino al calar del sole, a volte a favore, a volte no.
Gli ultimi passi sopra i 4000 metri prima di arrancare verso il confine. Ci sorprende una tormenta di neve. Troviamo rifugio in un tubo per l’acqua sotto la strada.
Appena il tempo migliora leggermente riprendiamo per piantare le tende a 5 km dal confine. Invece saranno Wolfgang ed uno svizzero ungherese completamente matto (Laszlo) ad affrettarci verso il cofine: “Dobbiamo muoverci in fretta e tutti assieme, la frontiera tajika e’ ufficialmente chiusa da oggi per quattro giorni perche’ il presidente viene a visitare queste zone!”
Incredibile!
Leviamo le tende e corriamo verso il confine. Laszlo corrompe le guardie con vodka ed aglio. Riusciamo a passare tra freddo e neve. E’ tardi.
Scendiamo l’ennesimo passo assieme alla pioggia. Scendiamo rapidi im una strada che sembra fango, diventa ruscello e accampiamo ormai buio di fianco alla frontiera kirghiza.
Che pomeriggio thriller! L’Asia Centrale e’ decisamente un luogo da fuori di testa! Chiudono le frontiere e strade solo perche’ il presidente viene in visita in zone vicine. Mah!
Il giorno dopo non incontriamo difficolta’ nell’entrare in Kyrgyzistan (la situazione sembra si sia tranquillizzata!)
Le guardie di frontiera ci informano anche riguardo all’Italia al Mondiale di calcio: “Italia dom…” “L’Italia e’ tornata a casa…”
Il Kyrgyzistan appare come un’immensa distesa verde popolata da yurte di nomadi nei loro pascoli estivi. Veniamo ospitati in una di esse. Emozione! Beviamo latte di giumenta fermentato (la loro birra!).
Pedaliamo il mitico Passo Irkhestam in direzione cinese. Bambini cavalcano cavalli molto piu’ grandi di loro. Cavalcano con destrezza e grinta.
A sera, mentre piantiamo la tenda..CRAK.. un pezzo della paleria si rompe. Panico! Riusciamo comunque a riparare il danno.
La bici di Bernardo emette strani rumori: il mozzo della ruota anteriore e’ quasi fuori uso, lo cambieremo a Kashgar.
Il Passo Irkhestam in parte e’ stato asfaltato, in parte conserva il suo fondo accidentato, ma estremamente romantico.
La sera prima della Cina un uomo kyrghiso, chiaramente ubriaco, cucina del pesce scheletrico e ci vuole ospitare, per forza, tra le sue mura di treno. Grida disperato: “Zaftra utro..Kitai… Domani mattina ..Cina!”
Attraversiamo la frontiera cinese visibilmente emozionati.
Ci perquisiscono anche le mutande alla ricerca di armi!
Siamo in Cina, nella provincia uigura. Ci abbuffiamo di cibo. Sembra ancora di essere in Asia Centrale, per modi e costumi, ma adesso si mangia davvero bene e di gusto. Siamo compulsivi nell’abbuffarci. Troviamo frutta, verdura, dolci. Il paese del bengodi. L’altra faccia della medaglia sono rifiuti e discariche ovunque, vicino ai centri abitati.
Il piatto principale e’ costituito da laghman (noodels) preparati freschi sul momento insieme a verdure saltate. (una sorta di tagliatelle). Delizioso! Si mangia solo con le bacchette, non c’e’ altro modo, ma non e’ poi cosi’ difficile. Si sputacchia, si emettono strani versi e ci si china fin sopra al piatto, ovvero tutta quella parte di galateo occidentale va a farsi fottere in pochi secondi e ti senti cinese nell’animo.
L’arrivo a Kashgar e’ una festa; una citta’ mitica, fatta di edifici moderni e case testimoni del passato. Milioni di motorini elettrici. L’impressione a volte e’ di essere nel futuro, poi volti lo sguardo poco oltre e ti ritrovi insieme ad oggetti del passato.
Incredibile Cina!
“KITAI!!!”