Pizzo Badile, Via Cassin

PIZZO BADILE
PARETE NORD-EST
VIA CASSIN

(Fine Agosto 2015)

1 Balile NE
Un’ estate che sembrava maledetta da un infortunio al piede sinistro in allenamento, in Sardegna.
Un piede che non ne voleva sapere di sgonfiarsi e le stampelle come compagne di viaggio.
Tutto sembrava andare storto, quando finalmente uno spiraglio di bel tempo stabile e la caparbietà di due bastarono ad immaginare l’impresa un’altra volta.

Ed allora furono giorni passati a spiare la meteo, ad invocare divinità, a nutrire sogni e scacciare paure.
La Val Chiavenna ci aspettava al sole di un fine agosto immacolato.
Crema solare spalmata ovunque ed una salita tosta tra le gambe.
Il Pizzo Badile giocava  ancora a nascondersi tra le nuvole.

Un bivacco tra enormi massi di granito, solo il sacco a pelo a proteggerci dal buio, eppoi le stelle che squarciavano le nuvole fitte e si precipitavano tutte attorno alla nostra testa. Uno spettacolo che ci rendeva insonni.

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Il mattino dopo si iniziava a scalare fin dai primi passi, prima in libera e poi legati. La parete era umida e si scivolava sulle prime rampe. Emozioni invincibili di percorrere una via tanto famosa, sulle orme di Riccardo Cassin.

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La via, tutta sul V grado con tiri di VI, non impossibile, ma lunga, enorme.
Ragazzi rumeni davanti a noi, un polacco che faceva tutto da solo, in autoassicurazione.
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Appena superati i faticosi camini terminali ci perdevamo in un mare di placche e di stanchezza, poi l’uscita in cresta, tardi, con poca luce.

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A quel punto facevo il gesto di togliermi le scarpette, ma Alle mi sconsigliava: “Guarda là..” La facile, ma esposta cresta appariva più affilata di quello che ci aspettavamo.

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E allora erano altri tiri di corda. Strane sensazioni, come di vertigini ed intanto il buio che avanzava, implacabile. Tracce di teli termici: vestigia di bivacchi improvvisati tra le fessure della cresta. Immagini che mettevano i brividi.
Chiamavamo a casa per rassicurare… intanto i rumeni, già al sicuro, facevano cenni con le frontali dal bivacco, come sirene degli abissi.
Verso le 23.00 scorgevo un’ombra davanti ad Alle e gridavo forte. Siamo in vetta!

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Altre urla ed i rumeni  pronti a prenderci dentro il giallo bivacco. Ci offrivano del tè: “Volevamo restare quassù fuori, ma faceva troppo freddo!”

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Ancora increduli ci mettevamo il piumino della buonanotte: “Ti rendi conto! Abbiamo fatto la Cassin!” dicevo sognante ad Alle e sospiravo forte prima di entrare nel bivacco, perchè mai mi sarei aspettato l’avventura notturna in cresta.

Il giorno dopo era una discesa al Rifugio Giannetti, un telefono venuto dal passato e 13 ore filate di trekking martoriante. Lo zaino pesantissimo, mi schiacciava la schiena e l’imbraco mi comprimeva il bacino, ero esausto.
Mentre zizagavo spento in salito dicevo ad Alle: “Mi sembra di essere Messner in Pamir!”…
Una guida alpina ci sorpassava raccontando che aveva fatto la Cassin almeno 60 volte. Conosceva tutti i passaggi a memoria. La sete mi perseguitava fino al rifugio Sasc Furà. Ancora non era finita, c’era da trovare e recuperare il bivacco della notte prima e poi lasciarsi trascinare dalla gravità giù a valle.

124 badile S

 

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